Comprendere, ad oggi, ciò che si sta compiendo.
Nel primo anniversario del progetto, abbiamo realizzato una raccolta di passaggi che racchiudono il valore degli incontri realizzati. Nel riguardare, riordinare e ricomporre queste esperienze, ne è nata una riflessione che reputo importante.
La costruzione di una propria identità, per quanto sia un qualcosa di estremamente importante, avviene minuto per minuto, giorno dopo giorno, esperienza dopo esperienza. Se ne ha contezza solo quando, magari per necessità, magari per maturità, ci si ferma a guardare indietro, ripercorrendo una strada che nel momento in cui era stata percorsa, non era ancora stata tracciata.

Eppure è lì: più o meno regolare, ben battuta o a tratti sconnessa, con dei bivi improvvisi e salite che preannunciano discese vertiginose. È la nostra strada ed è l'unica che poteva portarci al punto in cui, in quell'istante in cui si è apparentemente immobili, la si ripercorre fino a guardarsi dentro. Per quanto un percorso possa essere programmato (da soli, o insieme), scegliendo itinerari in cui far tappa, la possibilità di variarlo non è mai una condizione remota. Accade infatti che per una qualche necessità si voglia andare in esplorazione, una di quelle che agli occhi esterni di qualcuno potrebbe essere uno smarrimento, perché non riportato su di una mappa.
Quel nuovo senso di orientamento che nasce in noi è così forte da farci cambiare aspetti della nostra condizione: rapporti, progetti, atteggiamenti, priorità e visioni del mondo. Forse, anche nel dar vita ad Opera Rotas, l'ago della bussola condannato a inseguire un Nord uguale per tutti, ha avuto il bisogno di scollegarsi da ciò che, in maniera naturale, lo attrae.
Per realizzare ciò, è stato necessario fare ordine. Innanzitutto togliere, fare spazio dopo il tempo trascorso in scatole nelle quali, per inerzia, si prende la forma di quegli stessi contenitori in cui si è entrati per prendere una forma che sia riconoscibile all'altro. Nel compiere certi processi, si comprende che quegli stessi concetti erano costrutti di poco senso: il perimetro tra le cose viene tracciato in primis da chi crede che esista un confine netto, da poter "aprire" e "chiudere", varcare o innalzare, dividendo la propria persona in chi si è a lavoro, nelle relazioni, nella propria interiorità.

I primi mesi del 2025 hanno portato a questa maturità, dopo aver guardato la strada percorsa e la meta raggiunta. Quello è stato il momento in cui riprendere l'attività degli incontri nel territorio, ponendosi come un qualcosa senza confini netti, un mezzo per attraversare e farsi attraversare da vissuti, ricerche e tematiche che fanno parte di una mitologia propria del territorio a cui sento di essere legato per molte vie: l'Abruzzo.

La penna è lo strumento che prediligo. Richiede un coordinamento perfetto tra pensiero e azione, tra la mente e la mano, reso ancor più necessario dal fatto che la traccia che ne deriva è indelebile. L'errore (se vogliamo chiamarlo tale), resta impresso, non è cancellabile, è quel segno che vorremmo non aver realizzato ma che, continuando a produrne di nuovi, ci ricorda il processo per il quale siamo arrivati al disegno finale. A maggio dell'anno scorso, un po' sovrappensiero e alla ricerca di un nome da dare al progetto, ripensai ai quadrati magici e al palindromo del SATOR. Influenzato dalle logiche proprie della comunicazione e della pubblicità, pensai che gli ultimi due termini (Opera e Rotas, il corrispettivo dei precedenti Sator e Arepo) suonassero particolarmente accattivanti, richiamando associazioni interessanti che non stiamo qui a discutere, ma che magari condividiamo.

Da lì, in pochi minuti, combinai simbolo e tipografia per realizzare visivamente ciò che l'idea del progetto suscitava innanzitutto in me, per cercare di farlo percepire anche agli altri attraverso i miei occhi. Il Simbolo è stato il primo esempio di scrittura, di segno tracciato con una funzione magica e rituale, che solo dopo (con le necessità più materiali legate allo sviluppo della tecnica) diviene la scrittura codificata che utilizziamo da millenni, in un processo che parte dalle immagini e arriva agli alfabeti di tutto il mondo. Con questa rappresentazione ibrida in mano, e qualche esempio di contenuti, partì Opera Rotas, nel Iovis dies, 22esimo giorno del mese di maggio.

Qualche settimana dopo eravamo in uno dei luoghi più interessanti del territorio per realizzare la prima intervista, consacrando di fatto il nuovo orientamento di cui, da qualche tempo, sentivo il bisogno di seguire. Opera Rotas oggi è uno spazio che non ha un bordo netto intorno al quale muoversi, ma è più una membrana che favorisce lo scambio e il contatto tra coloro che entrano in contatto con i temi e le ricerche trattate: ma non in forma astratta. Al centro, vero motivo per il quale è nato tutto, vi sono le Persone. Solo ad un anno di distanza, forse, inizio a comprendere la potenza del simbolo dal quale ho preso ispirazione.
In un anno l'Opera è stata il cavallo di Troia per entrare in situazioni difficilmente accessibili in una forma così genuina e naturale, permettendo alle persone attorno al progetto di incontrarsi, relazionarsi, condividere lo spazio immenso di uno sguardo non filtrato da uno schermo nero che assorbe la nostra luce deviandola nella conversione digitale della realtà. Quella stessa realtà, però, comprende ormai questo piano transmediale in continuo interscambio con il mondo "vero", in cui siamo visti per quello che siamo e sul quale ci stiamo dimenticando di intervenire, disinnescati in partenza da un sistema che ormai è divenuto insostenibile, povero, limitante. Il presentare gli incontri del progetto nel digitale è però solo la conseguenza di un processo che ha il suo valore più alto nel momento presente in cui si realizza: ponendosi in ascolto, penetrando un discorso che avviene in un tempo e in uno spazio condiviso, non asincrono, in cui entrambe le parti sono attive in uno scambio in presenza di vissuti, esperienze ed emozioni.

Così come il racconto di un momento a cui siamo particolarmente legati è solo un simulacro dell'esperienza profonda che abbiamo vissuto, ma è l'unico modo per estenderla ad altri al di fuori di noi, ogni incontro che proponiamo vuole essere testimonianza di un momento di condivisione più alto di cui siamo stati protagonisti.
Il primo anno di Opera Rotas è l'occasione più adatta per condensare in pochi minuti questi vari contributi, i quali, riprendendo la metafora iniziale, confermano di star percorrendo una strada giusta, una di quelle che (come vedrete nelle immagini), conduce nei luoghi del cuore.

Opera Rotas
