di Marco Florà
Partendo dal manifesto del progetto Opera Rotas, si capisce subito che il mistero e l'esoterismo, in questo caso del Quadrato del Sator, hanno permeato da sempre la storia di moltissime culture e, negli intrecci del tempo, sono giunti fino a oggi modificati e aggiornati, ma non per questo meno presenti di ieri.
Se il Quadrato del Sator viene osservato come una mappa della trasformazione della coscienza individuale, cosa che in realtà è, le sue cinque parole non solo possono assumere significati diversi, ma possono svelare una realtà da sempre nascosta ai più. E, come accade in ogni storia incredibile che si rispetti, le cose più invisibili sono celate non perché realmente nascoste, ma perché si trovano davanti agli occhi di tutti.
Naturalmente, come già avrete intuito, questa non è una ricostruzione storica o ideologica, ma una lettura simbolica scaturita da un'esperienza diretta di non dualità, più comunemente chiamata "illuminazione", che cerca, in qualche modo, di portare l'essere umano oltre l'approccio mentale della simbologia stessa.
Se guardiamo indietro nella storia, un altro particolare balza subito in evidenza: l'alchimia. Materia non intesa nel suo significato più ridotto, ma come processo creativo e trasformativo alla base di tutte le cose, dalle più immense alle più microscopiche, e che attraversa determinate fasi, come quelle che vedremo tra poco.

Sator significa "seminatore", inteso come colui che semina e, dunque, crea. È l'origine non classificabile. Ogni ricerca, e per ultima quella spirituale, inizia da qui: da un seme invisibile e dormiente, ma già presente nell'essere umano. Così come nel seme è latente la pianta con la sua chioma, così nell'individuo è latente l'essere coscienza pura. È quella carica all'interno dell'uomo, indefinibile ma persistente, che spinge ogni individuo a interrogarsi sulla propria natura nel momento in cui la pura coscienza lascia spazio alla coscienza di sé: l'autocoscienza.
Paradossalmente, come vedremo meglio alla fine, ciò che l'uomo cerca è già presente; egli stesso, il percorso che crede di tracciare e la presunta meta che pensa di trovare sono già latenti. Egli stesso è già composto della stessa sostanza che cerca, ma, per una serie di cause, tutto questo non può ancora essere riconosciuto. Il Sator rappresenta la coscienza pura che, dimenticando la propria natura, intraprende il viaggio alla scoperta di sé.

Tra le altre parole del quadrato, Arepo è la più enigmatica. La sua origine rimane incerta e, proprio per questo, potrebbe simboleggiare il territorio sconosciuto — il futuro — che il cercatore deve attraversare. Oppure, considerando il significato che più spesso le viene attribuito, emerge quello di "aratro", inteso come mezzo di lavoro. In ogni caso, sia parlando di un futuro incerto sia di lavoro, ciò che si intuisce è che c'è "qualcosa da fare".
Questa fase è quella che, in alchimia, viene chiamata Nigredo: putrefazione o decomposizione. È il classico stato che arriva subito dopo uno shock emotivo e che fa entrare l'uomo in crisi, ponendolo in una condizione di movimento affinché trovi un rimedio alla crisi stessa. In questo processo, ciò che accade è che l'uomo mette in dubbio e in discussione sé stesso; le vecchie strutture mentali iniziano a cedere e l'individuo entra in una spirale di incertezza.
Una delusione d'amore, una sconfitta lavorativa o sportiva, la morte di una persona cara o del proprio animale, un'umiliazione improvvisa, la propria religione che non è più in grado di offrire una tranquillità adeguata, il maestro o il guru di turno che non soddisfa le aspettative: tutto ciò che scuote dall'interno è parte del processo di Nigredo. In questa fase, le risposte acquisite durante la crescita nell'ambiente familiare non sono più sufficienti e ciò che sembrava dare stabilità e continuità alla propria identità comincia a vacillare. È il classico inizio del viaggio attraverso l'ignoto.

A questo punto avviene una svolta significativa, ma molto delicata. Dopo il ridimensionamento emerge una nuova intuizione, ancora acerba, ma abbastanza sviluppata da far comprendere che esiste un effettivo percorso. Parecchie cose cambiano, ma altre rimangono le stesse, nonostante il notevole cambiamento delle esperienze personali. Pensieri, emozioni e percezioni vanno e vengono, ma vi è uno sfondo che osserva; qualcosa che è capace di visualizzare con chiarezza ciò che sta accadendo, sia internamente sia esternamente.
TENET rappresenta l'Albedo: distillazione. Il significato della parola è piuttosto eloquente: "tenere" o "colui che tiene". È l'importante traguardo in cui si palesa colui che viene chiamato "Testimone" o "Osservatore". Il Testimone è la scoperta di un centro che non appartiene totalmente all'ego, almeno non per ciò che normalmente intendiamo con questa parola. La croce centrale del quadrato, quindi, diventa il simbolo di quella presenza silenziosa che osserva ogni esperienza senza esserne eccessivamente coinvolta. La croce, perfettamente centrata, è sinonimo di equilibrio: è ciò che tiene insieme tutto il resto.
Ma c'è un però. Molte tradizioni spirituali, maestri, guru e formatori vari considerano questa scoperta il risveglio definitivo, ossia la tappa finale del percorso. Da un punto di vista non duale, però, è evidente che non solo non è la fine, ma costituisce addirittura una tappa intermedia. Esiste ancora una sottile separazione tra l'osservatore e ciò che viene osservato e l'inganno risiede proprio in questa sottile differenza, che il Testimone — ancora una forma molto raffinata di ego — fatica a riconoscere.
In questa tappa possono presentarsi quelle che nella cultura indiana vengono chiamate Siddhi, ossia abilità fuori dall'ordinario, generalmente ritenute paranormali o mistiche. La difficoltà nel tornare con i piedi per terra e nel riacquisire l'umiltà necessaria è accentuata anche da questi possibili fenomeni che non solo vengono interpretati come un raggiungimento straordinario, cosa che non sono, ma tendono a spingere il soggetto verso un fanatismo che può trasformarsi in un ostacolo difficile da superare.

A questo punto, se il fanatismo riesce a imporsi, il cammino si ferma e colui che è convinto di essere arrivato alla fine del percorso si identifica probabilmente con una serie di concetti che rimangono ambigui, confusi e imprecisi. In questo caso, per questo tipo di personalità, le parole che emergono più spesso sono: anima, testimone, osservatore, presenza, risveglio, qui e ora. Ma, in realtà, nessuna di queste parole possiede un significato preciso per chi le pronuncia e rimangono soltanto concetti mentali presi in prestito dai soliti luoghi comuni.
Se invece la ricerca continua, come atto di logoramento e frustrazione, può verificarsi l'Opera nelle sue estreme conseguenze. La parola Opera identifica un lavoro, ma in questo caso, essendo il contrario di Arepo, assume il significato di opera come compimento totale. Opera è l'equivalente del processo alchemico della Rubedo (sublimazione) e, in questa fase, accade qualcosa di sorprendente.
In un attimo che non può essere né categorizzato né contestualizzato, crollano completamente le strutture energetiche che tenevano insieme l'idea di ego e si rivelano, in tutta la loro semplicità, la vacuità e la pienezza di ogni cosa. L'idea che ci fosse qualcuno che stesse cercando qualcosa chiamato illuminazione attraverso un soggetto chiamato Testimone collassa insieme alla percezione di essere qualcuno separato dal resto della realtà circostante.
E per un attimo che si protrae nell'infinito si comprende che ciò che si cercava era esattamente colui che cercava e che ogni cosa che emerge non è legata ad alcuna entità specifica. Ogni cosa emerge da sé ed è senza causa. La realtà assume sembianze diverse, poiché ogni cosa è già completa. E nella completezza l'idea stessa del cercare appare banale e nevrotica. Cercare di ottenere l'illuminazione con qualsiasi tecnica equivale a osservare un aborigeno che cerca di annodare un cavo elettrico per impedire all'elettricità di passare da un capo all'altro: non ha alcun senso.

Rotas significa "ruote" e, nella realizzazione non duale, il mondo e il suo ciclo non si arrestano. Tutto continua a "girare" come prima, come un Uroboro che continua a mordersi la coda, ma c'è il riconoscimento diretto che la realtà possiede la stessa consistenza dei sogni e che, come i sogni, assume la proiezione mentale di chi la sta vivendo.
Il corpo continua a vivere, i pensieri a sorgere, le emozioni a manifestarsi, ma c'è una differenza epocale: non esiste più nessuno che possa appropriarsene e l'esperienza resta nuda così com'è, calma, spontanea e gioiosa. La vita, le azioni, le decisioni, i dialoghi e ogni cosa che emerge accadono spontaneamente, senza nessuno all'interno del corpo che possa dire «sono io» o «è mio», ed è lo stato più naturale che possa esserci. L'illuminazione non è altro che questo.
Rotas, dunque, è l'antitesi di Sator: è il finale che chiude la storia di colui che pensava di viverla, facendo emergere il fatto che non c'è mai stata alcuna storia, se non apparentemente, come il resto della realtà circostante. Ma Rotas e Sator, l'inizio e la fine, identificano anche il Seminatore, ossia il vuoto dal quale la materia può manifestarsi: lo stesso vuoto che ogni cultura ha sempre considerato fondamentale, il Ginnungagap norreno, il Caos greco, lo Shunyata buddista, lo Shunya indiano e il Wu Ji taoista.

A questo punto, quando l'autocoscienza lascia spazio alla coscienza pura e impersonale, emerge uno dei più grandi paradossi della ricerca interiore, che chi è ancora nell'apparente cammino fatica a comprendere, un po' per paura, un po' per convenienza.
Il cercatore immagina il vuoto come una meta, come qualcosa da raggiungere attraverso disciplina, meditazione o conoscenza. Eppure, nonostante anche la logica suggerisca il contrario, continua a sperare in qualche pratica che lo conduca a una realizzazione personale. Ma il vuoto non è il risultato del percorso; semmai, è il fondamento del percorso stesso. Così come la consapevolezza non duale è già presente prima che sorga il pensiero: «Io sono questo». L'Opera alchemica non crea il vuoto, ma dà l'apparenza di un qualcuno che, tramite il libero arbitrio, crede di poter trovare il vuoto — la pietra filosofale.
Sotto questo punto di vista, l'illuminazione è sorprendentemente ordinaria e semplice. Non viene ottenuto nulla: semplicemente emerge ciò che c'è sempre stato quando tutto il resto collassa. Viene visto soltanto ciò che è sempre stato presente fin dall'inizio, ma non viene visto da nessuno in particolare. L'oro dell'alchimista, il segreto custodito dal Sator e il vuoto delle antiche cosmologie non sono tre realtà differenti, sono tre linguaggi che tentano di indicare la stessa inesprimibile origine.
E per un attimo, messi di fronte al Quadrato del Sator, qualcuno potrebbe dire di aver letto TENET, ritenendolo il centro e l'elemento più importante; qualcun altro potrebbe aver letto ROTAS attribuendogli un significato particolare; qualcun altro ancora potrebbe aver creduto di aver letto OPERA e aver espresso la propria interpretazione. Ma, nel profondo, anche solo per un attimo, andando oltre le parole, si vedrebbe soltanto ciò che è: la roccia sulla quale le parole sono scolpite.
E nella roccia qualcuno potrebbe vedere sé stesso. Poiché, oltre le parole e le forme, non esistono l'osservatore e l'osservato; non c'è un centro e una periferia; non c'è un cercatore e neppure un percorso. Tutto è già completo ed è semplicemente ciò che è.
